“Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica. Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini.”

(Daniel Pennac)

La scuola sta attraversando un momento di profonda crisi, alla ricerca di un’identità e di un proprio spazio sociale che nei secoli ha perso il proprio vigore, lasciandola troppo spesso in balia del tempo. È fondamentale, dunque, interrogarsi sulla scuola di oggi, assumendo una posizione che permetta di proiettarsi anche più in là nel tempo: come sarà la scuola nel futuro?

L’idea che appare realmente più innovativa sembra però essere quella della scuola della personalizzazione: se l’oggettività della valutazione sembra essere un mito in fase di tramonto e la trasmissione delle competenze senza contenuto un’idea che poco gioverebbe allo sviluppo dell’individuo, l’idea di scuola che osserva, accoglie e accresce le competenze e le potenzialità di ognuno sembra essere la strada da percorrere nei prossimi decenni. Una scuola che ricorre ad una didattica che abbandona l’idea trasmissiva del sapere per cercare, per ogni studente, lo spazio di crescita necessario. Una scuola che non metta al centro la società, ma l’individuo.

Per tradurre in pratica quella che precedentemente abbiamo definito scuola della personalizzazione, ovvero quella scuola in grado di trovare percorsi differenti e innovativi per favorire l’apprendimento di ogni singolo studente, è necessario fare ricorso alla didattica inclusiva che non può e non deve considerarsi un ulteriore compito richiesto agli insegnanti o un supplemento alla didattica tradizionale, ma deve essere lo stimolo per la sperimentazione di modelli didattici e pedagogici, che tengano in considerazione l’eterogeneità della classe, pensando ad ogni studente in maniera differente da tutti gli altri, fin dalla progettazione dell’unità di apprendimento e nella scelta degli strumenti necessari per il raggiungimento degli obiettivi.

Ciò che caratterizza la didattica inclusiva sono, in maniera particolare, due aspetti fondamentali da tenere in considerazione durante la fase di progettazione dell’unità di apprendimento: il lavoro di gruppo e la significatività del contesto. Questi aspetti favoriscono l’apprendimento per tutti gli studenti, compresi gli studenti con disturbi specifici dell’apprendimento, perché pongono nelle condizioni di sfruttare al meglio le proprie competenze e le loro abilità, ricevendo contemporaneamente supporto dai compagni e dai docenti che li sostengono laddove sono maggiormente carenti. Queste strategie di didattica favoriscono, quindi, l’inclusione di tutti gli studenti, a maggior ragione quelli con DSA, nel momento in cui rendono tutti gli studenti competenti in una precisa area del compito, evitando che le dinamiche della didattica tradizionale permettano che gli studenti con alcune abilità vengano sopraffatti da altri colleghi con competenze più idonee a quelle richieste dal compito.

La motivazione, la curiosità, l’attitudine alla collaborazione sono gli aspetti comportamentali che integrano le conoscenze, valorizzano gli stili cognitivi individuali per la piena realizzazione della persona, facilitano la possibilità di conoscere le proprie attitudini e potenzialità anche in funzione orientativa. A riguardo, possono offrire contributi molto importanti con riferimento a tutti gli assi culturali metodologie didattiche capaci di valorizzare l’attività di laboratorio e l’apprendimento centrato sull’esperienza.

(DM, 22 agosto 2007)

La strategia maggiormente utilizzata per rendere la didattica un processo realmente inclusivo è il cooperative learning (letteralmente apprendimento cooperativo), che consiste nel mettere in atto dei lavori di gruppo che portano gli studenti al raggiungimento di un obiettivo comune, accrescendo così il proprio livello di apprendimento. Come indicato nella citazione precedente, questo approccio è sostenuto dal DM del 2007.

È importante prestare attenzione: non è sufficiente far lavorare la classe in gruppi, ma è necessario rispettare alcune indicazioni per il cooperative learning:

  • Interdipendenza positiva: ogni membro del gruppo ha un particolare compito e si affida agli altri per il raggiungimento dell’obiettivo finale. Se qualche studente non compie il proprio lavoro, ci rimette tutto il gruppo. Questo porta al singolo un grande senso di responsabilità verso l’apprendimento degli altri studenti appartenenti al gruppo;
  • Responsabilità individuale: oltre a quello del gruppo, lo studente è responsabile del proprio apprendimento che verrà poi verificato;
  • Interazione faccia a faccia: nonostante il lavoro del gruppo possa essere suddiviso tra gli studenti, essi devono essere spinti all’interazione per arrivare a conclusioni comuni. Questo porterà un grande vantaggio: alla fine saranno gli alunni stessi a insegnare a vicenda;
  • Uso appropriato delle abilità della collaborazione: una dinamica di gruppo importante è quella dell’incoraggiamento nello sviluppo della fiducia in se stessi e nell’accrescimento delle proprie capacità. Questo porta al doversi interfacciare con idee e modi di procedere diversi dal proprio e saperli gestire;
  • La valutazione del lavoro: la valutazione è una tappa imprescindibile dal lavoro di gruppo; gli alunni, infatti, revisioneranno periodicamente il loro lavoro, arrivando così a migliorarlo ponendo eventuali modifiche. L’insegnante valuterà quindi sia il gruppo che il singolo studente.

 

Anche se quella descritta finora sembra davvero essere la scuola del futuro, ma di un futuro utopico o perlomeno assai distante e poco raggiungibile, esiste un posto dove tutto ciò, per fortuna, è più che realtà: è quotidianità. 

Come è possibile? Semplice, investendo bene le risorse; infatti, le risorse dei docenti e di tutto il personale devono essere concentrate sui ragazzi e sulla loro crescita, tralasciando quegli aspetti che spesso mettono gli studenti nella condizione di detestare la scuola tradizionale: valutazioni non funzionali all’apprendimento, lezioni basate esclusivamente sulla lettura dei libri di testo o docenti barricati dietro il proprio ruolo. Il futuro è una scuola davvero amata dai propri studenti, che trovano nei docenti dei punti di riferimento sempre disponibili per dialogare e per affrontare questioni che, spesso e per fortuna, vanno oltre i soli aspetti didattici.

La didattica inclusiva è l’arma più forte, un’arma offerta in braccio ad ogni studente per abbattere i portoni delle proprie paure e dei propri limiti, per raggiungere un apprendimento profondo e significativo che è ben altro rispetto al semplice nozionismo a cui ci ha troppo spesso abituati la scuola tradizionale.

La buona didattica, in conclusione, è quella valida per tutti, dove c’è il giusto spazio per ogni studente.

Autore: Alessio Salpietra, Pedagogista