Avete presente quando leggete una frase che vi tocca proprio le corde giuste? Quelle frasi cui ripensi per giorni, o come in questo caso, per settimane. Un po’ perché ne cogli una qualche forma di verità profonda; un po’ perché se potessi, la vorresti perfezionare o perlomeno argomentarla per  i non addetti ai lavori.

La citazione in oggetto è di Chiara Valerio:

“L’istruzione è un processo orizzontale e collettivo, la cultura un processo verticale e singolare.”

Potremmo stare ore a elucubrare sul significato più autentico delle parole istruzione e cultura: vi basti sapere che per istruzione si intende tutto ciò che viene fatto per raggiungere come obiettivo l’apprendimento dei discenti; per la parola “cultura” la faccenda si fa più complessa e articolata.

Dovremmo intenderla come tutto ciò che contribuisce alla formazione della consapevolezza e della preparazione (su uno dei tanti piani del sapere) necessarie per ricoprire il ruolo che a ciascuno compete nel mondo? 

O forse dovremmo considerarla nel suo significato più ampio? Quindi come la sommatoria di tutte le sfumature intellettuali, spirituali e sociali di un gruppo o di un popolo?

Facciamo un passo indietro: di solito aiuta con i ragazzi, aiuterà senz’altro anche noi.

L’etimologia della parola ci riporta, più che a un significato specifico, a una necessità, un sentimento, un “life mood”.

Mi spiego meglio, non è tanto ciò che la cultura è, ma ciò da cui si costruisce, ovvero quella curiosa e rigorosa necessità umana di lavorare su di sé, con la costanza e la fatica che l’agricoltore adotta per ottenere i frutti.

Tralasciando l’immagine nuovotestamentaria, l’umanità sembra avvolta su se stessa, infatti mentre perde l’uso consapevole della propria lingua,  pensa a modi nuovi di vendere concetti tanto antichi quanto fighi di per sé. Ecco che allora  quella spinta analizzata a partire dall’etimologia della parola “cultura” adotta neologismi che hanno ragione di esistere soltanto  nel mondo in cui viviamo, tanto deluso e stuprato dalle istituzioni.

Concetti quali il “Kaizen”, coniato e sponsorizzato dal business coaching nipponico sull’onda del successo della Toyota tra gli anni ‘80 e ‘90 e nato per descrivere il miglioramento continuo; o il “life long learning”, baluardo delle indicazioni europee sull’istruzione, per mettere i cittadini nelle condizioni di stare al passo con i cambiamenti del mercato del lavoro, non sono poi una grande innovazione. Già Adriano Olivetti in tempi non sospetti amava circondarsi di uomini di cultura e mettere a disposizione di tutti i componenti della comunità che voleva costruire quegli strumenti necessari per diventarlo.

Oggi per comunicare questi concetti l’Ing. Olivetti dovrebbe impacchettarli a puntino per promuoverli, perché il vero grande problema alla base di tutto è che la cultura non va più di moda e l’istruzione scolastica non è da meno.

Ciò che dà speranza nella nostra citazione è la parola “processo”.

Questa parola ci ricorda che “istruzione” e “cultura” non sono parole statiche e unidirezionali, ma piuttosto processi dinamici, plurali e altamente declinabili.

Nel suo insieme ritengo che la frase di Chiara Valerio abbia centrato il più grande problema della scuola superiore italiana; gli studenti, prima di essere tali, sono esseri umani che affrontano le pagine più articolate e macchinose della propria storia di vita. Ognuno di loro è in una fase diversamente delicata nel percorso di formazione della propria personalità adulta e non ci si può aspettare lo stesso approccio all’istruzione da parte di tutti.

Per questo motivo l’istruzione deve essere un processo orizzontale, accessibile a tutti i livelli di consapevolezza individuali e ad ogni singola strategia di apprendimento. La scuola, per rispettare il suo ruolo di ascensore sociale, deve mettere tutti nelle condizioni di premere, con la propria individualità, il pulsante per scegliere a quale piano della propria preparazione individuale andare e in quale ambito.

La “conditio sine qua non” per il raggiungimento dell’orizzontalità è che gli insegnanti, gli educatori e tutti coloro che sono coinvolti nel processo di formazione dei giovani accettino che l’unico mezzo possibile per raggiungerla è la curiosità. Non la propria, ma la loro: dei discenti. 

Per contrastare la concorrenza feroce e sleale dei mondi social & gaming, sempre più intrecciati tra di loro nel cogliere l’attenzione dei giovani, non bastano dei normali professori: servono professionisti formati e in continua formazione culturale pedagogica, che con marvelliani poteri di intrattenimento riescano a innescare il seme della curiosità. Questo prima o poi maturerà nella necessità di approfondire individualmente interessi e attitudini, dando così vita a una moltitudine di frutti che con la loro diversità contribuiranno alla bellezza di un mondo plurale e competente.  

L’approfondimento e la costruzione di una preparazione specifica da parte dell’individuo richiede poi per forza un atto di volontà.

La volontà non si può imporre, deve essere innescata internamente e singolarmente. Il compito della scuola dovrebbe essere proprio quello di mettere le migliori condizioni possibili per farla maturare, attraverso un approfondito lavoro sul contesto pedagogico ottimale per l’apprendimento, la socialità e la maturazione.

Alla luce delle precedenti affermazioni, potremmo sostituire la frase:

“L’istruzione è un processo orizzontale e collettivo, la cultura un processo verticale e singolare.”

con

“L’istruzione è un processo orizzontale e collettivo che deve concentrarsi sull’accendere la curiosità e mettere le condizioni di contesto favorevoli alla maturazione della volontà di iniziare un processo verticale e singolare di crescita continua chiamato cultura.”

Autore: Edoardo Procacci, Nicolò Finotello.

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